Carissimi,
l’estate forse ci agita più del solito nel tentativo di cercare un riposo che nessuna comodità può garantire. Quest’anno siamo particolarmente accerchiati da una calura che non dà tregua. Le vacanze sono piene di aspettative esagerate perché sono il tempo in cui si concentrano tante cose che si vorrebbero fare durante l’anno e di desideri che si accendono continuamente con i social, con i racconti degli amici, con le pubblicità, con gli eventi che si moltiplichino e a cui pensiamo di non poter fare a meno… Insomma tante cose che si vorrebbero fare e poche che concretamente si riesce a realizzare. Un riposo che rischia di essere una corsa o una rincorsa.
Nei primi giorni di agosto la nostra comunità si è ritrovata a Moccone sulla Sila per vivere un tempo di comunione e riposo. (Negli ultimi anni ci piace chiamare questa esperienza “campo della comunità”; non è diminuita l’attenzione alle coppie e alle famiglie ma non vorremmo che sentissero disagio coloro che vivono situazioni diverse o di dolore e che potrebbero condividere con noi un tempo di fraternità).
È sempre un’esperienza che porta i suoi frutti. E come ogni frutto sappiamo che possiamo vederlo non subito, immediatamente, dopo la semina. Ogni frutto ha i suoi tempi e bisogna aspettare per contemplare la risposta generosa del seme e della fatica. Si semina.
Poi ci sono frutti invisibili, semine che non si vedono, tocchi della grazia impercettibili, passaggi importanti della vita che vengono colti solamente dopo che li hai vissuti, come ebbe a dire Giacobbe mentre fuggiva da casa sua e in una notte di angoscia totale esclamò: Dio era qui e io non lo sapevo.
Quest’anno, a differenza degli ultimi due anni che abbiamo usufruito della pensione completa, siamo tornati ad assaporare la fatica e la bellezza dell’autogestione, che tradotto in termini quotidiani vuol dire mettersi a servizio gli uni degli altri. Quello che già facciamo nelle famiglie e nelle case tutti i giorni.
L’esperienza vuole avvicinarci gli uni agli altri. Oggi rischiamo di rimanere sempre a distanza di sicurezza, una distanza che ci salva dalle difficoltà ma che col tempo ci consegna un’amara e infelice solitudine. Una parrocchia fatta di tante persone che vivono la loro relazione con Cristo e non si conoscono, non si coinvolgono e non si avvicinano gli uni agli altri contraddice il cuore del Vangelo.
Lo scopo di questi giorni e di tutte le attività che si svolgono in parrocchia non è solo catechetico e di crescita spirituale personale ma di tendere alla comunione, con tutte le nostre fragilità. Una parrocchia deve combattere il pregiudizio dominante che insieme è impossibile.
Certo non può essere il risultato di strategie e sforzi che mettono in campo i più volenterosi. È un atto di fiducia. Vogliamo continuare a credere che Dio sa mettere insieme capra e cavoli, lupo e agnello… sa mettere insieme gli opposti e i nemici.
È questa la profezia più urgente che il mondo aspetta per non continuare a camminare sempre più veloci e sempre più soli con la paura che ci toglie il respiro. Ringraziamo il Signore per la gioia della comunione di questi giorni. Il Signore vi benedica.
p. Emanuele, p. Francesco e p. Amedeo

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