Carissimi catechisti,
non c’è che una sola tristezza: quella di non essere santi abbastanza.
Non ricordo bene di chi sia questa frase. Chi l’ha pronunciata, però, ha colto nel segno. Perché ha scoperto, per così dire, la radice ultima da cui si diramano tutte le tristezze spicciole che appesantiscono il mondo: il deficit di santità.
Da che cosa dipende, in fondo, quella malinconia che certi giorni ti paralizza l’anima e ti spegne il sorriso sulle labbra? Da dove nasce quell’inesprimibile fastidio che ti gonfia il petto di amarezza e ti rende taciturno perfino con coloro che ami di più? Qual è la sorgente misteriosa del tedio, che ti impedisce di gustare i sapori della festa, ti inchioda sulla croce dell’inerzia, e ti rende scontento di tutto? Da quale focolaio di infezione si diparte quella scontrosità al limite della paranoia che ti corrode l’esistenza e ti fa maledire la vita?
Certo, se tu fossi più santo, se lasciassi cioè più spazio all’azione pervasiva di Dio, non saresti vittima di questi improvvisi collassi di gioia che, alterandoti l’equilibrio spirituale, prosciugano irrimediabilmente le ultime falde del buon umore e comprimono dentro la scorza nera di un perenne disgusto la tua irresistibile voglia di vivere.
Così pure, non dipende forse da una marcata anemia di santità il pianto sconsolato per la morte di una persona cara, la mestizia per la partenza di un
amico, l’insonnia per un progetto andato a male, la tristezza per una sconfitta imprevista?
E non proviene forse dallo stesso vuoto interiore lo struggimento per il declino della salute, la pena per il sopraggiungere della vecchiaia, l’afflizione per un rovescio di fortuna, il dispiacere per un tradimento subito, l’avvilimento per una immeritata solitudine?
È vero: si tratta di sentimenti umanissimi che, in parte, ha sperimentato anche Gesù, il quale si è turbato pure lui davanti alla tomba dell’amico Lazzaro, ha pianto sulla rovina imminente di Gerusalemme, e ha provato tedio e mestizia nella notte degli ulivi. Ma, a ben vedere, la sua era una tristezza derivante da un’eccedenza di santità, che gli faceva cogliere, in termini di contrasto, tutta la divaricazione tra i poveri esiti umani e lo spessore dei progetti di Dio. La tristezza nostra, invece, deriva o dal dubbio che Dio esista, o dalla paura che egli si sia dimenticato di noi, o dalla incapacità di abbandono alla sua provvidenza, o da un crollo di fiducia nella sua tenerezza.
Diciamocelo con onestà: se fossimo davvero persuasi che il Signore è nostro scudo e rupe e baluardo e potente salvezza, ognuno di noi, ripetendo il versetto del salmo quarantuno, dovrebbe interrogarsi, se non proprio con scandalo, almeno con stupore: «Perché ti rattristi, anima mia, perché su di me gemi?».
È proprio vero, non c’è che una sola tristezza: quella di non essere santi abbastanza. Le altre tristezze non sono che appendici della prima e suoi insignificanti corollari.
Sicchè, se fossimo santi, non ci dovrebbero sgomentare né la presa d’atto della corruzione del mondo, né l’elenco delle ingiustizie che lo travagliano, né il proliferare delle radici del male, né la lentezza del cammino della pace, né il rigoglio dei semi della violenza, né il suono funesto dei tamburi di guerra… Perché sui presagi di distruzione e sui segni di morte prevarrebbe a tal punto la speranza cristiana, frutto carnoso della santità, che dovremmo pure noi cantare come Teresa d’Avila: «Nulla mi turba, nulla mi spaventa: solo Dio basta!».
Carissimi, non vorrei aver dato l’impressione che santità sia sinonimo di indifferenza o di apatia, come se colui che vive una profonda comunione con Dio debba sentirsi estraneo agli umanissimi travagli dei comuni mortali. I santi non sono impassibili: sono sereni. Non hanno un cuore di pietra: hanno un cuore di carne. Sono trafitti anch’essi dalle spine della tristezza: ma non per questo diventano cupi. Sono, insomma, liberi dal peccato, e perciò, come si dice nella messa, sicuri da ogni turbamento, nell’attesa che si compia la beata speranza!
A confermare questa verità c’è la solenne affermazione della Gaudium et Spes, la quale ci ricorda che «…le tristezze degli uomini d’oggi… sono pure le tristezze dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore».
Siamo avvertiti. Se il nostro cuore di credenti è destinato a essere il luogo dove si riverberano le tristezze della terra, per neutralizzarne il carico dobbiamo assoggettarci a una terapia intensiva di santità.
È l’unico rimedio per non rimanere collassati.
Ma è anche il segreto perché, come per la donna partoriente di cui parla il Vangelo, la nostra tristezza si cambi in gioia. E la nostra gioia sia piena.
Vi saluto,

3 novembre 1991

+ don TONINO BELLO

Seguici: