PESSIMISMO DELLA RAGIONE

E OTTIMISMO DELLA FEDE

Carissimi,
nella sua prima enciclica, Giovanni Paolo II adopera una frase molto forte quando spiega le ragioni della sua «sollecitudine per l’uomo».
A dire il vero, la durezza del testo emerge con tutta la sua forza nella lingua originale: «de homine angamur». Che preso alla lettera significa: «Siamo angosciati per l’uomo».
Senza dubbio, coloro che hanno tradotto ufficialmente l’enciclica in italiano devono essere rimasti sconcertati di fronte all’audacia della frase latina, che sembra correre sul filo di una depressione poco compatibile con lo stile pontificio. E, mitigandone il senso, hanno pensato bene di parlare di sollecitudine invece che di angoscia.
Se le cose stanno così, non credo che si sia reso un buon servizio all’onestà del Papa. Il quale, in fondo, non ha fatto altro che tener presente la stessa terminologia della «Gaudium et Spes», in cui si afferma che «le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto, e di tutti coloro che soffrono… sono le angosce dei discepoli di Cristo».
Certo, quella del Papa, il quale con i suoi interventi non manca di rovinare la digestione di tanta brava gente, è una straordinaria lezione di realismo che tutti i cristiani dovrebbero imparare.
Di fronte ai ragazzi che ci interpellano sulle grandi paure dell’uomo d’oggi non si può far finta di nulla. Non si può usare, sia pure a fin di bene, lo stratagemma del silenzio. Non si possono reprimere le pressanti domande dei nostri interlocutori dirottandole, per un malinteso senso della speranza, su problemi che non inquietano nessuno. Se no, le risposte, la gente andrà a cercarsele altrove.
Oltretutto, la tecnica della rimozione o, per dirla terra terra, l’atteggiamento del «come se nulla stesse accadendo» al di fuori della sagrestia, finirebbe col gettare una grande ombra non solo sulla nostra, ma anche sulla credibilità di Colui che è venuto a liberarci da tutte le angosce che ci assediano.
Fratelli, non temete.
Parlare di questo nostro mondo che viene sistematicamente inquinato e distrutto, dei fiumi che diventano cloache, delle foreste che cedono il posto al deserto, dall’ecosistema che le nostre follie tecnologiche stanno progressivamente squilibrando… non significa esasperare nei ragazzi il cosiddetto «shock da futuro».
Aprire i loro occhi sullo stato di violenza o di oppressione a cui i due terzi dell’umanità sono sottoposti, prendere coscienza delle allucinanti aritmetiche della fame, parlare della iniqua distribuzione delle ricchezze per cui i poveri diventano sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi, intrattenere i ragazzi sulle assurde discriminazioni razziali presenti sotto tutte le latitudini della terra, informarli sul tragico fenomeno dell’infanzia abbandonata e repressa, dare concretezza geografica e spessore storico di testimonianza diretta citando Soweto o Kabul, il Sahel o il Bangladesh, Santiago o Addis Abeba… non vuol dire alimentare la sindrome della «sfiducia a tutto campo», o abbassare i livelli di guardia della speranza.
Condurre l’attenzione di chi ci ascolta sull’idra maledetta della guerra, a cui tagli una testa e gliene spuntano cento altre, che si placa nel Golfo Persico e divampa nei paesi slavi, che smette di impaurirci con le armi nucleari e torna a terrorizzare con gli ordigni convenzionali, che mostra di svuotare gli arsenali della morte mentre, sotto sotto, continua a militarizzare la scienza e la ricerca… non vuole essere una mozione di sfiducia sulle concrete possibilità di raggiungere la pace.
Far riflettere sulla peste bubbonica della droga che non si prevede per quanto tempo continuerà a gettare bagliori sinistri sulla sopravvivenza dell’uomo, essere chiari quando il discorso cade sulle grandi lobby della criminalità organizzata che flagellano il mondo, non sfumare il linguaggio sui perversi fenomeni mafiosi senza che i ragazzi debbano apprendere certe cose solo da Samarcanda… non vuol dire cedere sotto il peso della ineluttabilità del male.
Attenzione, fratelli! Se è vero che le angosce del mondo sono anche le angosce dei discepoli di Gesù, non possiamo «dribblarle» con la serpentina di maldestre cautele o col pretesto di non voler turbare l’innocenza di chi ci ascolta.
Non dobbiamo aver paura di spingere lo sguardo al di fuori dei recinti rassicuranti del tempio, o di prendere atto degli affanni che appesantiscono il respiro del mondo. Coraggio! Il Signore ci garantisce da ogni collasso di speranza. Non ripetiamo forse nel salmo centosedici: «Mi opprimevano tristezza e angoscia, ma ho invocato il nome del Signore… ed egli ha liberato i miei occhi dalle lacrime, e ha preservato i miei piedi dalla caduta»? e, d’altra parte, noi credenti non abbiamo il privilegio di sapere come andrà a finire la storia?
Andrà a finir bene!
Dinanzi alla Risurrezione di Gesù non c’è angoscia che tenga, non c’è male che possa farci avvilire, non c’è nuvola che oscuri la luminosa chiarità della Pasqua, non c’è pessimismo della ragione che non venga superato dall’ottimismo della fede.
Anzi, sarà proprio dalla lucida analisi delle angosce del mondo che si sprigionerà una tale carica di speranza, da farci spendere coraggiosamente la vita per l’avvento di «cieli nuovi e terra nuova».
E la parola rassegnazione sarà cancellata dal nostro dizionario.
1° dicembre 1991
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