LE ANGOSCE DEI POVERI
Carissimi, il rischio c’è. E qualcuno, forse, vi accuserà di ridurre il messaggio cristiano a dimensioni orizzontali. Qualche altro può insinuare che state sostituendo incautamente il lieto annunzio con le vostre lamentazioni mistiche sulla perversità del mondo. Non mancherà, addirittura, chi sostiene che il vostro linguaggio, per il suo deficit di speranza, produrrà effetti deleteri sull’animo dei figli.
Non vi preoccupate, però, più che tanto. Perché se, frenati da questi pregiudizi, comincerete a sfoltire la vostra comunicazione da ogni riferimento alle tragedie della terra, voi compite un sacrilegio. È come scorporare Gesù Cristo dal cumulo di tutte le iniquità che egli, per distruggerle, si è caricato liberamente sulle spalle. Significa trastullarsi con l’agnello tenero e infiocchettato, come nelle tele del Murillo, senza tener conto che gravano su di lui tutti i peccati del mondo.
È chiaro che c’è modo e modo di parlare delle angosce che travagliano l’umanità. Ma bisogna parlarne. Guai a tacerle, per amore di quieto vivere. Metterle tra parentesi, magari col pretesto di non turbare l’anima dei ragazzi, è un’operazione disonesta e alienante. E a pagare l’estratto conto di questo connivente silenzio, saranno sempre i poveri.
Ma quali sono oggi le angosce dei poveri?
Tra le invocazioni delle litanie dei Santi, ce n’è una che dice così: «a peste, fame et bello, libera nos Domine». Liberaci, o Signore, dalla peste, dalla fame e dalla guerra. Appunto, la peste, la fame, la guerra: le tre idre che spaventano tutti i mortali, ma la cui funesta presenza atterrisce i poveri in particolare, e non scompare mai dagli schermi del loro radar.
Anzitutto, la peste. Non quella bubbonica. Ma quella che lascia i segni di ben altri lividi: la droga. Turbe di giovani travolti dalla bufera. Genitori distrutti, che al loro tormento non trovano approdo. Corteggio di violenze, che germogliano su questa libidine dell’assurdo. Esplosione di criminalità legata agli osceni mercati di morte. Rituali tenebrosi, che la diaspora livida delle siringhe evoca all’alba…
Far entrare questi temi all’interno della catechesi, significa decurtare l’ampiezza del messaggio cristiano o contaminarlo incautamente di scorie sociologiche? Niente affatto! Se, nei secoli passati, la peste ha avuto i suoi santi, come San Carlo, San Luigi, o San Rocco, non vedo perché anche gli spazi di questa pestilenza del duemila non debbano essere visitati e redenti da annunci concreti di liberazione.
E poi, la fame. Cinquanta milioni di persone muoiono ogni anno per mancanza di cibo. I loro fantasmi dovrebbero perseguitarci come l’ombra di Banquo perseguitava Macbeth, e le fugaci zoomate dei teleschermi su queste larve di umanità dovrebbero bloccarci la digestione. Ma ormai ci siamo vaccinati anche contro gli assalti emotivi, pagando il pedaggio al sentimento con l’«una tantum» di una buona offerta per i diseredati del terzo mondo. Quanto poi a sapere che sulla terra i poveri diventano sempre più poveri e sempre più numerosi, mentre i ricchi diventano sempre più ricchi e sempre di meno, ci sembra poco più che una felice formula geometrica, buona per scaldare le nostre omelie, buona anche per incunearsi nelle nostre formule di preghiera, ma non per contestare la nostra opulenza. Uno slogan di qualche anno fa diceva: contro la fame, cambia la vita! Convertiti, cioè. Metti da parte l’egoismo, rifiuta l’idolatria del denaro, guardati dal demone perverso dell’accaparramento, battiti perché cambino certe leggi che regolano il mercato, e favorisci col tuo impegno l’avvento di un nuovo ordine economico internazionale.
No, non è demagogia l’atterraggio della nostra attenzione sul pianeta della fame: di quella fisica e di quella culturale. È scendere sulle piste del Vangelo, buona novella ai poveri. È sperimentare gli stessi sentimenti di Cristo, che ha avuto compassione delle folle. È bisogno di profonda solidarietà, tesa a realizzare una sola famiglia con tutto il genere umano, sotto la signoria dell’unico Padre.
E, infine, la guerra. Ogni cristiano, in proposito, dovrebbe chiedere al Signore il dono della radicalità evangelica, in modo tale che le sue parole suonino sempre come ferma condanna di ogni violenza, i suoi convincimenti sulla iniquità della corsa alle armi diventino contagiosi, e la sua passione per l’uomo si traduca in rifiuto viscerale nei confronti di tutte le guerre. Che sono sempre fisiologicamente inadatte a partorire la pace, e che, quindi, vanno aborrite, insieme con la logica che le prepara e con la struttura che le alimenta. Al cristiano, che sa bene a quale prezzo ogni vivente è stato riscattato da Gesù Cristo, non sono permesse le mezze frasi, le ambiguità riduttive, gli sconti sul prezzo di copertina. Il comando del Signore «tu non uccidere» deve farlo risuonare senza la sordina e senza sfumare le finali. Gli sono vietate le approssimazioni di comodo, le paure di compromettersi troppo, le reticenze dettate dalla preoccupazione di apparire un ingenuo. Gli incombe l’obbligo dell’analisi lucida sui processi che scatenano i conflitti.
Esibire agli occhi dei ragazzi la mappa aggiornata di tutti gli angoli del mondo dove la gente viene sterminata, e far imprimere nelle loro pupille i fotogrammi delle madri che si disperano, degli orfani che piangono, e dei roghi che ardono sulle macerie della civiltà… è gesto di amore ed è accelerazione del Regno di Dio.
Le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto… sono le angosce dei discepoli di Cristo. Sì, perché, oltre che fronteggiarle, solo a loro è concesso di raccoglierle nella propria anima, come nel cavo di una patena. E farle diventare, davanti al Signore, oggetto di offertorio, di consacrazione, e di comunione.
Nell’attesa della sua venuta.
10 maggio 1992
+ don TONINO BELLO