LE SPERANZE DEI POVERI
MILAGRO

Non ho studiato lo spagnolo, ma quella frase l’ho capita benissimo e mi è rimasta nel cuore.
La sentii mormorare nella baracca di un barrio poverissimo di Bariloche, in Argentina, da una giovane donna, dagli occhi splendidi e febbricitanti, sulla cui spalla si era addormentato l’ultimo di una nidiata di bambini.
In quella città opulenta, dopo tre giornate trascorse nelle villas miserias della Patagonia, volle condurmi il vescovo di Viedma. «Vieni, mi disse. Lì si concentra la più alta borghesia del paese. Cosi capirai meglio che cosa vuol dire il Papa quando afferma che i poveri diventano sempre più poveri e i ricchi diventano sempre più ricchi».
Nel pomeriggio, poiché il vescovo era impegnato in una riunione pastorale, volli raggiungere la periferia della città. Lui stesso mi aveva detto che c’era una cintura vastissima di incredibile degrado umano e sociale.
Tra le tante lussuose fuoriserie che circolavano, fermai un taxi malandato, e mi feci accompagnare.
L’autista, con un italiano approssimativo, provava gusto a indicarmi i ritrovi più celebri, i teatri e i casinò, i santuari della finanza e le sedi delle più rinomate holding commerciali, le residenze dei più noti vip sudamericani, le sfarzose abitazioni dei grandi impresari argentini. Mi vide distratto ai suoi discorsi e disse, sorpreso, che era la prima volta che uno straniero gli chiedeva di raggiungere una destinazione così insolita.
Arrivammo nella periferia di colpo: senza gradazioni.
Il taxi mi lasciò sull’ultimo nastro di asfalto che divideva spudoratamente due mondi lontani: di qui le geometrie levigate della metropoli, di là l’intrico delle baracche.
Faceva freddo. All’orizzonte, si stagliavano le montagne delle Ande, e il cielo chiarissimo di quella sera di ottobre riempiva l’aria di attese.
Frotte di ragazzi si rincorrevano per i sentieri sterrati, e guazzavano a piedi scalzi nelle pozzanghere dell’ultima neve di primavera. Sostenevano il filo di un aquilone, che si librava altissimo, splendido come un gabbiano, e scintillava ai raggi del sole morente, così come scintillavano di stupore i loro occhi rapiti.
Di qua e di là, catapecchie di lamiere, recinti di cartone pressato, tuguri di pietre e di frasche, da cui usciva invariabilmente un filo di fumo e il tubo di un’antenna. Sugli usci di casa le donne infreddolite contemplavano anch’esse il miracolo dell’aquilone, che le costringeva, sia pure per pochi momenti, a sollevare lo sguardo dalle quotidiane tristezze di quaggiù.
Mi si avvicinò una bambina. Le chiesi il nome. Si chiamava Milagro.
Solo dopo seppi che Milagro vuol dire miracolo. Ma che quella bambina, nonostante il muco che le si era congelato sotto il naso, fosse un miracolo di tenerezza lo capii subito dal sorriso gratuito che mi regalò. La presi per mano e le chiesi di condurmi a casa sua. La seguirono subito cinque o sei altri fratellini, ed entrammo così in una baracca.
La madre, dal cui collo pendeva un bambino addormentato, mi accolse con un lampo negli occhi, di pudore e di malinconia. Sul focolare schiumava una pentola di fave. All’angolo, due sedie spagliate. Per terra, un grande giaciglio. A un filo di corda, i panni dell’ultimo bucato.
Fui incuriosito da un libro aperto sul tavolo, accanto a una pila di piatti e di scodelle. Lo presi tra le mani e lessi sulla copertina: «El Santo Evangelio de nuestro Señor Jesucristo».
Ebbi un soprassalto di commozione. Mi sembrò di essere entrato in casa di parenti, e provai a dire alla donna: «Sono molto felice che voi leggiate il Vangelo». Fu allora che lei, rimasta in silenzio fino a quel momento, aprì bocca e mormorò con un filo di voce che mi ha rigato l’anima e non si è cancellato mai più: «Unica esperanza por nuestra pobreza».
Unica speranza per la nostra povertà!
Dunque, quella baracca non era un rifugio di disperati! Lì, al centro di quel tugurio, accanto alla fiamma del camino, crepitava un fuoco ancora più robusto: la speranza dei poveri.
Dunque, in quella miserabile dimora non aveva domicilio la rassegnazione. Lì, nelle fibre della più nera povertà, vibravano le attese di un mondo nuovo, affrancato dalle ingiustizie.
Dunque, in quella catapecchia di gente senza nome non si tirava a campare. Lì, nella fatica delle tribolazioni quotidiane, prendevano corpo le calde utopie della rivoluzione cristiana e si alimentavano i sogni di cieli nuovi e terre nuove.
Avrei voluto abbracciare quella donna. Mi limitai a baciare il suo bambino che le dormiva sulla spalla e forse sognava anche lui.
Fuori i ragazzi continuavano a correre. Nel cielo si librava, altissimo, l’aquilone. Mi parve allora, per incanto, che fosse stato ritagliato dalle pagine del Vangelo, e andasse ad annunciare la speranza cristiana alla città opulenta, giunta al crepuscolo della felicità.
Avrei voluto dire a quei ragazzi di legare il filo a un’antenna, e di lasciarlo nel cielo per sempre, quell’aquilone. Ma era già tardi.
Il taxi mi attendeva sull’ultimo nastro d’asfalto.
Milagro mi accompagnò, fermandosi sul fango dell’ultimo tratto sterrato.
Addio, piccolo prodigio di luce.
Quando dovrò parlare delle speranze dei poveri, penserò a te!

19 gennaio 1992 + don TONINO BELLO

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